narrazione

Differenze diffidenze o similitudini? (breve riflessione sull’incontro tra profit e non profit)

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Nel corso delle notte del #lavoronarrato abbiamo tentato un primo incontro fisico, tra mondi del lavoro – tradizionalmente chiamati – profit e no profit, cercando un linguaggio comune, in una prospettiva di incontro che sapesse spezzare le reciproche precomprensioni e le divergenze.

Ma nel fare questo dobbiamo svelare l’arcano che ha consentito di trovare (forse) un nesso comune, il minimo comune denominatore: la formazione.

Gli invitati alla cena del 30 Aprile 2016, presso il Ristoro delle Rane a Milano, hanno portato, per bisogno, per curriculum studi e per pratica professionale, uno sguardo sulla formazione, quale snodo essenziale, da esercitare quando si pratica o si pensa al lavoro.

E la notte del #lavoronarrato ha avuto, nell’evento progettuale ideato da Vincenzo Moretti, un analogo assunto di base: il lavoro si deve narrare, per capirlo, vederlo, insegnarlo, tradurlo, trasmetterlo ed innovarlo.

Così nella serata, andando di parola in parola, di portata in portata, innaffiate da un ottimo vino biologico  ciò che si è tratteggiato ha assunto le fattezze della parola: partecipazione.

Ovvero di un quid che permetterebbe lo scarto di incontro tra mondo del lavoro profit e no profit, nato a causa di una nuova visone molto meno definita e fluida del lavoro, rispetto al passato. Visione che è figlia una una mutazione storica che impone tempi globalizzati, altre strutture organizzative, nuovi bisogni incarnati e prodotti, e che genera diversi esiti, modi di lavorare, comunicazioni (narrazioni) diverse e necessarie per risignificare il senso del lavoro, i suoi simboli, le azioni, i pensieri e le progettualità.

Il lavoro quindi potrebbe essere ripensato alla luce del valore della partecipazione, e chi attraversa i nuovi spazi/mondi web ben conosce questo effetto, nella sua portata più matura e innovativa, divenuta capace di generare responsabilità e innovatività; ossia ciò che è più nuovo oggi ci riconduce al tema del partecipare ad una società diversa, fluida e iperconnessa, anche rispetto al tema del lavoro.

Ma la partecipazione non è forse la stessa potenza che certe imprese del terzo settore usano con grande sapienza, quando sanno aggiungere valore al lavoro, nelle azioni concrete sui territori, nella costruzione di reti sociali territoriali, nella cultura della cooperazione sociale laddove i soci davvero co-costruiscono il significato del creare lavoro, valore, rete, welfare, in un modo che è autoriflesso e sempre eteroriflesso.

E non accade ugualmente nelle imprese profit più innovative  che postulano un simile approccio all’organizzazione del lavoro?

Invece di parlare di profit e non profit potremmo parlare di organizzazioni che generano lavoro in modo partecipe e partecipato, pensato, in mondo autoriflesso ed etero riflesso, innovativo e capace di produrre nuove reticolarità, che riconnettono il lavoro al suo senso originario di azione necessaria al vivere.

N.d.R.
Il post offre ancora uno sguardo embrionale sul pensiero condiviso dai commensali che richiede ancora tempo, spazio, e speriamo ottime cene, per crescere e diventare altro. A disposizione della crescita di questo pensiero abbiamo aperto un gruppo di discussione che a breve sarà operativo.
Per Metas, nello specifico, l’altro pensabile è rappresentato dalle culture che l’associazione riflette, ricerca , comunica e narra, ma anche dalle opzioni e connessioni formative che propone.

 p.s. Grazie a Roberto Salvato di Trae che ha partecipato alla costruzione e conduzione delle serata.

Verso gli Assalti al Cielo: #innov-azioni?

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INTRO

“Mancano 15 giorni al Convegno ‪#‎assaltialcielo‬ di Milano.
La ricchezza del programma per lo spessore dei pensieri in merito allo stato del lavoro educativo attuale, meritano attenzione.
Un’Università e 10 organizzazioni tra cui anche Metas, 31 persone tra gli organizzatori e i relatori per una panoramica articolata che passa da linguaggi, stili e punti di vista differenti sull’ ‪#‎educazione‬ per convergere ad una fotografia che sappia sia restituire un’immagine della ‪#‎complessità‬ che porre delle questioni alle organizzazioni e alla politica.”

(dalla pagina facebook di Metas)

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Eccoci alle fasi finali pre Convegno,  superati i focus group, le mail, le riunioni al volo, e le assemblee plenarie “fatte” per pensare insieme.
Insieme?
Già, se ripercorriamo il nostro viaggio, verso il convegno, forse riusciamo a focalizzare come questo sia stato stato davvero variegato, colorato e imprevisto.
Un viaggio durato circa un anno.
Abbiamo incontrato nelle varie stanze dell’università, che ci accoglievano, una pluralità di attori, che arrivano dal nostro mondo educativo e pedagogico, persone che in genere non frequentiamo; o non frequentiamo in questi spazi o per queste tematiche.
Eravamo a “casa” dell’università con i suoi docenti, gli assegnisti, i dottorandi, con le sue regole e burocrazie, e le sue imprevedibili aperture.
Ci siamo guardati e annusati, nelle differenze e nelle similitudini, tra università e terzo settore, tra istituzioni e singoli, tra esperienze professionali variegate, tra spazi più ufficiali e confronti informali, aule e corridoi, tra speranze e vincoli.

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In effetti, il convegno punta molto sulla correlazione tra vincoli e speranze, per cui la domanda che l’assemblea plenaria ha scelto come titolo è sostanzialmente è questa: “ma noi, un noi plurale che ci vede tutti coinvolti, noi dell’educazione stiamo assaltando il cielo o ci stiamo strategicamente ritirando?”.

Abbiamo lavorato el corso di quest’anno, per pensare insieme, per tratteggiare una struttura di convegno, che riuscisse a dare valore alla differenza e alla pluralità, alle interconnessioni e alle iperconnessioni; che sapesse far riflettere, a partire dalle pratiche professionali individuali, per giungere ad un pensiero collettivo, disomogeneo e ricco. Questo è quanto ci ha accomunato, almeno questo è il mio sentire, anzi è questo il segno che ho scelto di trattenere come Metas.

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INNOVAZIONE

Come Associazione , uno dei nostri fil rouge è lo sguardo al nuovo mondo digitale, che volendo o meno ci troviamo tutti ad attraversare; non foss’altro perché grossa parte dell’informazione, del sapere teorico, dell’economia, della comunicazione viaggia in autostrade digitali. Ci pre-occupiamo di capire come il nuovo mondo (o il nuovo paradigma) ci determina, dove ci conduce, cosa insegna, come impariamo, che segni inscriviamo, come e se i saperi e le professioni educative vengono ridefinite da questo incontro.
Da qui all’essere inserite, nella preparazione del Convegno, nel gruppo che ha esplorato il tema #innovazione, il passo è stato ovvio e breve. Ci siamo trovate di fronte ad una pluralità di soggetti del terzo settore (circa 13/14 soggetti provenienti da altrettante associazioni, cooperative sociali, enti pubblici, o presenti in qualità di liberi professionisti) convocati a raccontare il loro pensiero di #innovazione.

Così abbiamo ulteriormente affinato lo sguardo per cogliere tra le righe di quanto (e dove) ci fosse di interessante attorno al tema #innovazione.

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Una sfida non affatto facile, perché attorno a noi c’è già una tessitura culturale, o una narrazione, che definisce cosa potrebbe/dovrebbe essere, per voi e per noi, #innovazione:
lo fanno i progetti e i bando che la richiedono,
la nominano le politiche e le economie,
lo dice l’incontro con il mondo della multicultiualità, della globalizzazione, della liquidità e del web.

Ci vengono continuamente proposte nuove parole che sembrano ridefinire gli ambiti di operatività, o le nuove sfide educative che siamo chiamati a affrontare (esempio scuola e web/scuola e multiculturalità) o  indicate le nuove azioni che spingono ad una differente gestione dei servizi educativi o di welfare.

Per noi queste parole, definizioni, domande devono cercare un matrimonio, con le prassi educative quotidiane, che ci permettano di individuare le direzioni che stiamo prendendo, di elaborare un sapere condiviso e “raccontabile”, capace di mostrarsi e essere insegnato.
Ma questo, ci pare di poter dire, è parte della mission di questo convegno.

Così non anticipiamo nulla e restiamo in attesa, che sia proprio il tempo del convegno, nelle forme e negli spazi che sono stati costruiti grazie ad un pensiero condiviso, incominci a elaborare un sapere.

Forse già questo convegno, nella sua forma, è figlio della la complessità che il termine #innovazione comporta, o ricerca.

Una innovazione che è data dalla complessità che è stata costruita per pensare insieme, che verrà riattraversata da molti linguaggi, relatori e strutture comunicative:
lezioni frontali, e workshop,
inserti teatrali e presenze radiofoniche,
mostre fotografiche,
connessioni web
relatori dall’università,
confronti con la politica,
presenza e domande del terzo settore,
riflessioni offerte dall’utenza, ovvero di chi fruisce direttamente di servizi e azioni educative.

Così vi rivolgiamo la nostra domanda: è innovativo un incontro complesso tra una pluralità di mondi, che pure ruotando attorno all’atto educativo, di cura e pedagogico, pensa e costruisce reti, genera nuovi pensieri, e li condivide tanto in maniera verticale che orizzontale?

E’ innovativo proporsi di rilanciarli pensati/pensandoli ad un livello più complesso, mentre si tenta di usare una pluralità di linguaggi trasversai che arrivino agli studenti, ai convegnisti, al terzo settore, alla politica, e all’università stessa; e dopo aver creato un luogo (dispositivo) dove sia possibile parlare, ascoltandosi nella reciprocità e nella complessità data dalle differenze?

Per pensarne e saperne di più seguiteci vi racconteremo il convegno anche attraverso Twitter cercate: @assaltialcielo

Monica Cristina Massola

Educazione: Narrazione vs Efficacia

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Perché scrivere di Educazione è un tema che ho già trattato qualche mese fa qui

Ora mi interessa soffermare l’attenzione su un altro aspetto: che rapporto c’è tra narrazione ed efficacia delle pratiche educative?

Uno degli assiomi fondativi per l’educazione professionale è l’importanza della narrazione di ciò che accade.

Questo aspetto viene ritenuto importante perché quando si narra si assolve ad una duplice funzione: a quella autoformativa per chi scrive se ne affianca una formativa che permette, anche a chi legge, di poter comprendere, analizzare, sviscerare, rileggere, fare un lavoro di meta-pensiero attorno ai concetti e alle pratiche descritte.

Mi viene allora da pensare che la scrittura di ciò che accade dentro i servizi educativi ha una grandissima possibilità: il web sta ancora una volta mostrando che la narrazione è importante perché narrare permette a chi non era in scena di comprendere ciò che accade, permette di sentirsi parte, permette di riconoscersi nelle parole, nelle immagini che i racconti scaturiscono.

Affianco allo storytelling che tante aziende attuano perché è “L’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva” – Andrea Fontana, l’educazione professionale può, anzi, deve mostrare uno scarto: non narro per persuaderti ma narro perché ciò serve a comprendere. I

servizi educativi fanno fatica ad assolvere a questa funzione. Ma non è così veramente possibile raccontarsi restituendo alla comunità almeno l’idea di ciò per cui si è pagati con (per la stragrande maggioranza delle situazioni) soldi pubblici?

Se l’efficacia è definita come “la capacità di raggiungere un determinato obiettivo” – diz. Albanesi narrarsi permette di tracciare il percorso, di far vedere le complesse curve, le salite e le discese, della strada che si sta affrontando, a volte permette di mostrare paesaggi inediti.

Reportage fotografici fatti di immagini e parole degli operatori, degli utenti, dei partners che vogliono, giustamente capire. Tutta questa narrazione può permettere di rendere evidenti e pubbliche le sfaccettature dell’educazione professionale spesso difficilmente mostrabili in diretta, mentre accadono.

L’efficacia dunque richiesta da parte dei committenti e della cittadinanza è, secondo me, la deriva che si è presa per cercare di capire quello che accade nei servizi e nei progetti educativi. Forse è possibile, e maggiormente interessante, mostrare passo passo ciò che si fa, senza “denudarsi”, ma permettendo a chi legge di comprendere meglio le azioni di cura, le strategie educative scelte intenzionalmente e il valore che ha quell’intervento.

A seguito di un massiccio uso intelligente della narrazione, forse la smetteranno di chiederci di essere più efficaci e ci chiederanno di raccontar loro delle storie che li rendano partecipi. E noi di storie ne abbiamo da vendere.

Anna Gatti

(questo post è apparso una prima volta sul blog  http://edieducazione.blogspot.it il 17/03/2015)

Da queste riflessioni nasce Educatori Digitali: un percorso di formazione rivolto ad educatori, pedagogisti, insegnanti, volontari e genitori che vogliono occuparsi di comunicare l’educazione online >> qui tutte le info del prossimo appuntamento di Novembre 2016 a Firenze>>Educatori Digitali in Bottega

perché scrivere di Educazione?

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Esistono storie che non riescono ad essere viste perché si chiudono nella relazione tra educatore e utente, tra Maria e Nadia, tra un adulto che sa che cosa sta facendo ed un utente che ha bisogno di quel sapere che trasforma un gesto in cura, che trasforma un azione casuale in un pensiero e lo inserisce in un progetto.

ma spesso il sapere si ferma in quell’azione, in quel gesto.

il sapere studiato, conosciuto  e pensato, il sapere di un gesto che cura, che si occupa di altri riesce a connettere situazione e bisogni differenti e a trovare nuovi modi per far stare bene le persone che abitano quel contesto, quella casa, quel territorio, quella scuola.

Il sapere educativo che parla di come da un pensiero e da un progetto scritto si riescano a realizzare buone pratiche educative che siano azioni dirette con l’utenza o buone pratiche di coordinamento di un’équipe, di pensiero ed innovazione attorno ad un determinato fuoco, oggetto intenzionale, mandato della committenza, è pane quotidiano nei servizi educativi che incrocio.

Le buone prassi educative e il sapere pedagogico sono importanti per la società perché è la parte professionale che si cura delle persone: è la declinazione pratica dei servizi che hanno come mandato il creare contesti per una crescita favorevole dei soggetti della società.

eppure, tutto ciò fatica ad essere mostrato da chi se ne occupa alla società.

esistono relazioni alla committenza, relazioni per il tribunale che segue il minore, incontri con le famiglie dell’utente e via dicendo. 

manca a mio avviso il “ritorno” alla società che sui servizi investe. perché i servizi sono pagati con contributi pubblici, per la maggior parte, almeno.

per me si apre dunque una sfida (come mi ha rimandato Michaela Matichecchia): narrare sul web, trovando luoghi e tempi, modi e parole è un’opportunità perché il sapere di ciò che si insegna e si impara diventi un bene collettivo, della comunità, della società?

è possibile narrare ciò che gli educatori e i pedagogisti immettono con le loro pratiche quotidiane al “servizio” della comunità? è possibile mostrare ciò che gli utenti dei servizi apprendono e insegnano a loro volta?

secondo me si. 

è uno sforzo, sicuramente, perché non si è abituati, non si è neppure formati per farlo.

ma credo che la posta in gioco sia alta perché mancando sul web. e se non ci si è, si rischia di rimanere impigliati nella relazione diretta del servizio.

il web non è il mondo, d’accordo, ma è una finestra. e se una casa non ha finestre, e neppure porte, è una costruzione inutile.

il web è, a mio avviso, una possibilità “a bassa soglia” per potersi mostrare e per poter dar valore, attraverso la narrazione, alle tante storie di cura che abitano la nostra società, mettendo in luce un sapere che fa fatica ad arrivare nei testi, nei saggi, nelle aule universitarie, nella vita della gente.

ma se penso al fine ultimo della pedagogia 

Pedagogia= pedos- persona in crescita (formativa, non solo anagrafica/bambino) e agoghé- azione (non discorso, da logos, come spesso si confonde). La pedagogia è dunque, letteralmente la scienza dell’azione di/con una persona in crescita formativa, in educazione appunto.  cit. Manuela Fedeli

non possiamo toglierci, fare un passo indietro: occuparsi delle persone in crescita significa occuparci del futuro nostro e delle nostra comunità. e dire che lo facciamo e come lo facciamo è necessario per poter progredire come individui e come società. e farlo sul web è una delle possibilità.

volete tirarvi indietro?

Anna Gatti

 

(questo post è stato pubblicato per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 7/08/2014)

Circolarità comunicativa: là dove può stare l’Educazione

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Le storie fanno parte della vita di ogni giorno: siamo sottoposti quotidianamente a migliaia di stimoli narrativi da parte delle agenzie narrative (televisione, videogiochi, cronaca, ecc…). Le storie, se usate consapevolmente, possono diventare degli straordinari strumenti per mettere ordine e dare un senso alle esperienze, per immaginare il futuro e gestire le scelte, per costruire la propria identità e quella dei gruppi di cui facciamo parte. Le storie sono uno strumento per lo sviluppo delle persone, per l’assunzione di potere e controllo (empowerment) sulla propria vita e sulle proprie scelte.” F. Batini, S. Giusti, Le storie siamo noi.

Mi piace iniziare con questa considerazione. Noi siamo fatti delle storie che viviamo, per come le raccontiamo o ci vengono raccontate. A quanti di voi è capitato, a me un milione di volte, di raccontare una propria esperienza e poi portarsi con sé, nei ricordi, più il racconto che ne abbiamo fatto che non i fatti per come sono realmente accaduti? Chiaro, come in tutto, anche in questo ci può essere una deriva patologica, che però non è interessante ora e non interessa a me. Storie d’amore terminano e spesso i due protagonisti hanno memorie differenti di ciò che hanno vissuto e paradossalmente condiviso. Lo stesso accade quando si racconta di un corso di formazione, di un accadimento lavorativo. In generale ce ne accorgiamo ogni volta che raccontiamo la nostra versione dei fatti a terzi, in presenza di persone che sono state testimoni della “nostra” esperienza. Pongo le virgolette al pronome possessivo perché non è un caso che le esperienze siano connotate da caratteri neutrali. Ciò che le tinge di sfumature particolari, è il modo in cui ognuno di noi le vive e le colora.

Quando raccontiamo, compiamo forti selezioni degli accadimenti reali, anche senza volerlo e nemmeno senza dover avere particolari abilità comunicative. Se gli esseri umani sono l’unica specie ad oggi vivente, e conosciuta, che necessita di rappresentarsi ciò che accade nel Mondo, a maggior ragione questo bisogno diventa stringente quando si vive qualcosa in prima persona. “Non puoi sapere come sia andata veramente! Sono io che l’ho vissuta! Io so come è andata!”. È questa una sacrosanta verità, che però rimane incompleta se lasciata a se stessa. La nostra vita è il risultato dell’incontro tra le storie che “ci” raccontiamo con quelle che, di noi e del Mondo, ci raccontano gli altri. Un esempio su tutti, banale forse, ma preciso: quanti ragazzi e ragazze crescono convinti di non essere bravi a disegnare perché “Me l’han sempre detto di non essere buono/a…”. Poi capita, e io ne ho le prove, che gli stessi ragazzi e ragazze cimentandosi, per chissà quali convergenze astrali, nella stessa attività da più grandi, scoprano di avere capacità inaspettate. Quello che gli altri, soprattutto se sono persone affettivamente significative, ci raccontano di noi, ci fanno diventare quel che siamo.

La narrazione delle storie ha molto a che fare quindi con i processi educativi. Tutti noi tendenzialmente viviamo un giorno dopo l’altro e, presi dai mille impegni, difficilmente troviamo il tempo per mettere a fuoco la nostra vita. Il risultato è che, se non riusciamo ad allenare la nostra consapevolezza, abbiamo la forte sensazione che il Mondo vada avanti anche senza di noi, che le cose capitino perché così deve essere, che ci sono cose impossibili da governare. E per certi versi è vero. Per fortuna non possiamo controllare tutto. Se così fosse avremmo una triste vita senza sorprese. Ma allenare la consapevolezza vuol dire trovare quel giusto mezzo tra ciò-che-posso e ciò-che-capita.

L’Educazione è l’allenatore in questo gioco. Insegna a mettere a fuoco ciò che abbiamo imparato dalle esperienze che abbiamo vissuto. Ma non solo. Basandosi necessariamente sull’interazione tra due o più individui, permette di raccontarle e raccontarcele, trasforma le esperienze in storie da leggere e rileggere, per far sì che la vita di ognuno possa diventare un libro compiuto, per come ai protagonisti piace. E, se piace (questo è un must dei percorsi di Orientamento), vuol dire che ci appartiene, che è una storia capace di far vibrare le nostre corde e ci permette di comporre nuove parti della colonna sonora dei nostri giorni.

So che l’ambiguità è dietro la porta in questo discorso. Un errore enorme, da parte degli educatori, sarebbe quello di contribuire a inventare storie su di sé, allontanando le persone dal dato di realtà. Questa è una deriva pericolosa che è fondamentale aver sempre ben presente. Lo spettacolo però inizia quando, a partire dai dati di realtà, una persona riesce a costruirsi una storia di sé che le appartenga, imparando a non trascurare le pagine oscure della propria esistenza, a godere di quelle colorate, per poi continuare a scrivere di sé,con tutti gli incontri e le esperienze che compie vivendo.

E c’è poi un importante distinguo da sottolineare. Raccontare storie è differente dal raccontarsele, perché questa seconda declinazione può indicare sia la necessità di raccontarsi storie per rassicurarsi, ma anche il bisogno di allontanare la “verità” dei fatti, perché ci fa male, non riusciamo a sostenerla. Raccontare le nostre storie a qualcuno, invece, ci pone in un percorso di autoconsapevolezza crescente. Ed è qui che trova spazio l’Educazione. Chi ci ascolta può infatti aiutarci a ri-guardare l’esperienza che narriamo, cogliendo, attraverso un’intenzionalità pedagogica, i ruoli che abbiamo rivestito in quella storia, dandoci la possibilità di scegliere nuovamente quei ruoli, in date situazioni o provare a giocarne altri.

Sfogliare le esperienze vissute, con chi di professione ha il compito di individuare gli scarti di apprendimento possibili, fa sì che anche a posteriori una persona possa mettere a fuoco capacità, competenze, interessi, strategie di azione e di interazione. Un bagaglio di autoconsapevolezze con cui è possibile continuare a vivere con maggior sicurezza e intenzionalità. Lo stesso avviene mentre viviamo un’esperienza nel presente e un educatore ci accompagna ad attraversarla mostrandoci nella contemporaneità dei fatti quello che stiamo imparando.

Esiste poi un secondo livello. Quello che ci permette una narrazione scritta. Porci con carta e penna, o sulla tastiera, per trascrivere una nostra esperienza è un’azione che dischiude svariate possibilità.
Si può scrivere per se stessi, compiendo una autoriflessione. Si può scrivere su foglietti volanti, diari, riempire file che rimarranno nei nostri dispositivi informatici, a mo’ di autobiografia, ma anche per aneddoti e con l’intenzione di conoscerci meglio.
Si può scrivere per altri, che leggeranno le nostre parole, quali interlocutori legittimi e attivi capaci di darci rimandi su ciò che decidiamo condividere.

Scrivere per altri è un’esperienza che in-segna. Nel momento in cui buttiamo giù pensieri sapendo che qualcun’altro li leggerà, facciamo lo sforzo di rendere comprensibile, leggibile appunto, quell’esperienza. In questo processo, automaticamente, la stessa esperienza si rende più chiara anche per noi. Ci soffermiamo sui particolari, perché siano chiari per chi li leggerà. Ne scopriamo di nuovi. La stessa esperienza si arricchisce, si svelano pieghe di cui prima non conoscevamo l’esistenza. S-piegare a qualcuno indica proprio l’atto di scandagliare le pieghe e dare uniformità alla tela già tessuta.

Esiste anche un terzo livello di rielaborazione. Cosa imparo a narrare di me e delle mie esperienze? E cosa vuol dire imparare a narrare un’esperienza educativa o che parli di Educazione? e scrivere su web implica variazioni?

Manuela Fedeli

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2014 su http://www.nessipedagogici.blogspot.it

 

Narrazione educativa

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Lavorando da tanti anni nella cooperazione sociale ciò che percepisco come molto evidente è la difficoltà di riuscire a raccontare ciò che si fa.

Progetti bellissimi, risultati ottimi, sperimentazioni originali e molto interessanti. 

Tutto però rimane nel patrimonio di chi c’è: degli utenti e degli operatori, al massimo dell’organizzazione da cui nasce. Difficilmente il mondo attorno sa ciò che si sta facendo.

Si da spesso colpa al tempo che manca, alle risorse insufficienti per il pensiero che accompagna la pratica.

Senza pensiero però il binomio circolare “prassi-teoria-prassi” che permette di partire da un progetto ideale, attivare delle pratiche e poi valutare i risultati per poter riprogettare e modificare, implementare, migliorare la pratica, va un po’ a pallino.

Non dappertutto è così chiaramente.

Quella che invece è, in modo desolato, abbandonata da tutti è la comunicazione sul web degli apprendimenti, dei risultati, dei processi in corso nei servizi e nelle organizzazioni.

Non c’è traccia.

Sapendo quanto il web sta occupando la nostra vita quotidiana, quanto ci permette di imparare del mondo, quanto incide sul nostro modo di vedere il mondo, i servizi sociali ed educativi rischiano di rimanere solo aderenti ad un azione, ad un servizio che “serve”, alla concretezza di mani che sostengono, della pazienza che accompagna, della condivisione che supporta.

Un servizio educativo, e a maggior ragione le organizzazioni che se ne occupano, ha invece il compito di produrre pensiero e sapere attorno a ciò che fa.

Credo che il bisogno di essere dunque visibile sul web sia necessario.

e fattibile.

Di storie da raccontare ce ne sono tantissime.

Di sapere educativo e pedagogico, anche.

Serve fonderle con il linguaggio e con i luoghi del web per poterlo rendere nuovamente fruibile, pubblico e generativo. 

Anna Gatti
(questo post è apparso per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 14/07/2014)
da queste riflessioni nasce Educatori Digitali: un percorso di formazione rivolto ad educatori, pedagogisti, insegnanti, volontari e genitori che vogliono occuparsi di comunicare l’educazione online. la prossima edizione si terrà a Firenze il 19 e 20 novembre 2016 >> qui tutte le info Educatori Digitali in Bottega