organizzazione

Differenze diffidenze o similitudini? (breve riflessione sull’incontro tra profit e non profit)

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Nel corso delle notte del #lavoronarrato abbiamo tentato un primo incontro fisico, tra mondi del lavoro – tradizionalmente chiamati – profit e no profit, cercando un linguaggio comune, in una prospettiva di incontro che sapesse spezzare le reciproche precomprensioni e le divergenze.

Ma nel fare questo dobbiamo svelare l’arcano che ha consentito di trovare (forse) un nesso comune, il minimo comune denominatore: la formazione.

Gli invitati alla cena del 30 Aprile 2016, presso il Ristoro delle Rane a Milano, hanno portato, per bisogno, per curriculum studi e per pratica professionale, uno sguardo sulla formazione, quale snodo essenziale, da esercitare quando si pratica o si pensa al lavoro.

E la notte del #lavoronarrato ha avuto, nell’evento progettuale ideato da Vincenzo Moretti, un analogo assunto di base: il lavoro si deve narrare, per capirlo, vederlo, insegnarlo, tradurlo, trasmetterlo ed innovarlo.

Così nella serata, andando di parola in parola, di portata in portata, innaffiate da un ottimo vino biologico  ciò che si è tratteggiato ha assunto le fattezze della parola: partecipazione.

Ovvero di un quid che permetterebbe lo scarto di incontro tra mondo del lavoro profit e no profit, nato a causa di una nuova visone molto meno definita e fluida del lavoro, rispetto al passato. Visione che è figlia una una mutazione storica che impone tempi globalizzati, altre strutture organizzative, nuovi bisogni incarnati e prodotti, e che genera diversi esiti, modi di lavorare, comunicazioni (narrazioni) diverse e necessarie per risignificare il senso del lavoro, i suoi simboli, le azioni, i pensieri e le progettualità.

Il lavoro quindi potrebbe essere ripensato alla luce del valore della partecipazione, e chi attraversa i nuovi spazi/mondi web ben conosce questo effetto, nella sua portata più matura e innovativa, divenuta capace di generare responsabilità e innovatività; ossia ciò che è più nuovo oggi ci riconduce al tema del partecipare ad una società diversa, fluida e iperconnessa, anche rispetto al tema del lavoro.

Ma la partecipazione non è forse la stessa potenza che certe imprese del terzo settore usano con grande sapienza, quando sanno aggiungere valore al lavoro, nelle azioni concrete sui territori, nella costruzione di reti sociali territoriali, nella cultura della cooperazione sociale laddove i soci davvero co-costruiscono il significato del creare lavoro, valore, rete, welfare, in un modo che è autoriflesso e sempre eteroriflesso.

E non accade ugualmente nelle imprese profit più innovative  che postulano un simile approccio all’organizzazione del lavoro?

Invece di parlare di profit e non profit potremmo parlare di organizzazioni che generano lavoro in modo partecipe e partecipato, pensato, in mondo autoriflesso ed etero riflesso, innovativo e capace di produrre nuove reticolarità, che riconnettono il lavoro al suo senso originario di azione necessaria al vivere.

N.d.R.
Il post offre ancora uno sguardo embrionale sul pensiero condiviso dai commensali che richiede ancora tempo, spazio, e speriamo ottime cene, per crescere e diventare altro. A disposizione della crescita di questo pensiero abbiamo aperto un gruppo di discussione che a breve sarà operativo.
Per Metas, nello specifico, l’altro pensabile è rappresentato dalle culture che l’associazione riflette, ricerca , comunica e narra, ma anche dalle opzioni e connessioni formative che propone.

 p.s. Grazie a Roberto Salvato di Trae che ha partecipato alla costruzione e conduzione delle serata.

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– soffocamenti organizzativi e lavoro di cura – (appunti)

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Prima o poi dovremmo fermarci a comprendere l’intera origine dello stress da lavoro correlato, nel terzo settore, e come si generi il famigerato burn out. Lavorando oramai nel settore dal 89, ho visto alcuni cambiamenti storici e culturali, così oggi non sono più certa che dipenda così tanto dal peso attribuito all’utenza o da quelle cause che la letteratura in materia ci ha insegnato a distinguere. Il mondo cambia e quello dei servizi alla persona si muove con esso.

Le lamentele (intese come narrazione delle fatiche) di chi pratica le professioni di cura ed educative illustrano spesso una sorta di soffocamento, sovraffollamento cognitivo e operativo, una sovrapposizione di ruoli, una operatività che di colloca in tempi asfittici, un aumento delle mansioni burocratiche che si aggiungono al lavoro usuale, insieme alle tensioni economiche, e all’aumento del “lavoro” in un tempo e/o modo sempre più frammentato. Quindi sembra abbastanza naturale chiedersi se tale soffocamento sia determinato, negli ultimi anni, anche dal ruolo che il dispositivo organizzativo assume nel governare le pratiche di cura, ed educative.

La “cura” (aver cura, educare, insegnare etc) non può essere definita solo per l’utente finale, ma dovrebbe, per coerenza, attraversare i dispositivi formativi, organizzativi, gestionali, senza essere bloccata dalle molte strozzature che invece si rilevano.

La dimensione della burocrazia organizzativa risulta sempre più impegnativa, insieme a quella data dall’aumento delle deleghe al controllo finalizzate alla gestione di una responsabilità discesa o a scalare (sicurezza, privacy, modulistica etc etc), cui si aggiunge il controllo delegato di azioni sempre più parcellizzate che pur facendo tutte di una necessaria dimensione di presidio di parte delle pratiche, viene gestita  come un imperativo categorico. Tale dimensione non passa attraverso la formazione ma piuttosto dell’informazione, o della ricerca di senso condiviso, o dalla creazione di una cultura capace di riconnettere le azioni di cura alla struttura formale di un servizio e quindi dell’organizzazione che lo genera.

L’aver cura/crescere/educare è una pratica umana che ha una valenza originaria e naturale che è via via transitata ad una organizzazione lavorativa, tecnica, organizzativa, burocratica (bisogna misurare la prestazione offerta), ma se tale valenza smarrita, se il sistema non riesce a sintonizzarsi sull’orizzonte di senso originario (educare e aver cura), restando fissato sul tema organizzazione/burocrazia il rischio è un aumento dello stress e del non senso dei ruoli, della professione, dell’azione messa in pratica.

Che senso ha il gesto dell’avere cura, di una parte del mondo, se si soffoca tutto ciò che sta attorno?

Il post è stato pubblicato originariamente da Monica Cristina Massola su Facebook