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L’età incerta dell’educatore, tra ruolo e prospettive.

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di Monica Cristina Massola

In corsivo è riportato il testo di un post apparso sul Caffè Pedagogico – gruppo Facebook luogo di incontro e confronto tra professionisti dell’educazione.

“INPUT
A seguito di una piacevole discussione con colleghi educatori laureati in scienze dell’educazione triennali (due uomini e due donne di età fra i 42 e i 53 anni, una donna la più anziana è diplomata enaip educatrice professionale regionale) operanti in servizi gestiti da cooperative sociali è emerso questo QUESITO, sintetizzato ed esposto così da loro: “Noi educatori potremo svolgere per tutta la vita professionale questo mestiere?. Lo vorremmo con tutto il nostro cuore ma a una certa età cambiano le esigenze e calano le energie psicofisiche”.
IN QUALE SERVIZI, IN QUALI AMBITI E CON QUALE UTENZA POTREMO LAVORARE ANCHE FRA I 55 E I 60 ANNI?
A VOI I COMMENTI E I CONSIGLI”

Queste mie riflessioni, rielaborate, sono già apparse sul Caffè Pedagogico, e vengono ricondivise qui, perché l’associazione Metas è da sempre interessata alla crescita dei ruoli professionali e delle organizzazioni.

In generale si tenta di offrire pensieri rielaborati attorno alla domanda e ai commenti dai partecipanti alla discussione; che si incentra attorno alla possibilità di lavorare come educatore tutta la vita professionale. 

Nei commenti emergeva l’annoso problema annoso del lavoro sui turni, e dello stress ad esso correlato. O ipotesi risolutive per continuare a lavorare cambiando ruolo, diventando coordinatore/formatore/supervisiore o spostandosi a lavorare in un servizio  più leggero.

Provo a mettere in campo alcune considerazioni generali sull’educatore adulto che sente il bisogno di evolvere, senza voler metter in atto giudizi, o andare a toccare necessariamente la delicata questione titoli. Quest’ultima ad oggi, non ce lo possiamo nascondere, resta un tasto delicato, e lo resterà sino a che tutto verrà normato dalla legge Iori, pur nei limiti e nelle criticità che la stessa ha già aperto e aprirà ulteriormente. Pertanto questa discussione rischia di diventare il proverbiale voler fare “i conti senza l’oste”
[…]

1.
Alcune riflessioni sul lavoro educativo in tarda età, non possono prescindere dal considerare quelle criticità tipiche del lavoro, e il discorso più generale della prevenzione dello stress lavorativo, delle tutele che devono essere attivate nel considerare le professioni usuranti, o una organizzazione del lavoro faticosa (esempio il lavoro su turni)
Ma dobbiamo davvero immaginare che l’educatore adulto smette di lavorare nei servizi organizzati sui turni, proprio quando per età e maturità anagrafica, formativa, professionale raggiunge il suo possibile apice? Ha senso postulare che possano educare gli educatori giovani perché sono i più liberi, i meno stanchi, i più entusiasti, e con meno impegni familiari? Pensiamo all’esempio delle comunità minori, luogo che rappresenta simbolicamente oltre che praticamente una comunità adulta – alternativa alla famiglia – che educa utenti bambini o giovanissimi a incontrare il mondo? Ecco che spesso vediamo che a gestire la vita in  comunità siano chiamati gli educatori giovani, perché più liberi, meno stanchi, più entusiasti, con meno impegni familiari.
Educare in comunità richiederebbe invece sia la pluralità di esperienze umane che giungono dalla formazione degli educatori giovani che l’esperienza adulta fatta di maturità e stabilità, che andrebbero a costituire proprio una trasversalità anagrafica formativa.

E invece sembra che la stanchezza educativa di chi lavora “su turni” generi un progressivo spostamento verso servizi soft come i centri disabili, o destinati a quelle utenze rappresentate come più leggere, e soprattutto caratterizzate da orari meno impegnativi.*
Ma il problema turni, lo conoscono bene gli operatori della sanità, ma anche quelli di altri comparti del lavoro (medici e infermieri, operai, commessi, etc lavorano su turni tutta una vita) potrebbe persino essere relativo se i turni se venissero strutturati e presidiati per generare con un buon equilibrio organizzativo e professionale, per garantire equità tra il tempo lavorativo e tempo libero.
Sappiamo anche che questo spesso non è un dato realistico, la non vivibilità di certe tabella orarie è indipendente dalla professione educativa in se, mentre si sposa assai bene con altri problemi contingenti, quali i costi del lavoro, una iniquità nel pagamento dei costi dei servizi, una mancata riconoscibilità culturale ed economica del lavoro educativo.

Così in questa moltiplicazione di criticità esplode il primo nodo, che sembra definire la questione l’educatore adulto non può lavorare su turni, per una molteplicità di questioni, lavoro troppo faticosi, turnazione ingiusta, mancato riconoscimento economico di una anzianità professionale di servizio, e spesso anche formativa. E allora come se ne esce? Appunto cercando un lavoro nei servizi “leggeri” o andando a coordinare? Ma è davvero così?

2. Le carriere educative, dovremmo a tal proposito esplorare meglio cosa accade nelle aziende profit, rispetto alle possibilità di crescita professionale possono svilupparsi solo in verticale (coordinamento) o possono farlo anche su un livello orizzontale?
Conosco una collega che, come professionista con Partita Iva, offre interventi educativi domiciliari con persone disabili, avendo ormai elaborato una capacità di lavorare in rete che cura, crea, cerca e sviluppa, una educatrice domiciliare che sa offrire una competenza tecnica ma anche organizzativa, unica e straordinaria. Incontrarla mi ha dato la sensazione di aver a che fare con una professionista di alto livello tecnico, progettuale, teorico.

E allora non c’è anche questo tipo di possibile crescita orizzontale, da esplorare volendo assumersi il rischio di impresa, tipica del libero professionista?

Possiamo immaginare che esistano altre carriere orizzontali educative?

Mi ricordo che lavorando nella mia precedente cooperativa ci ponemmo il problema del coordinare e del crescere, non era possibile gestire una aspettativa di evoluzione dell’educatore che potesse solo evolvere in maniera verticale, verso il coordinamento.

3. Coordinare. Questa è un’altra questione nodale, che mi sollecita parecchie domande.
Saper educare significa necessariamente saper coordinare, e un titolo da pedagogista offre questa stessa competenza di default?

Se penso a quanta attenzione pongano le organizzazioni profit ai vari livelli organizzativi, alle formazioni che mettono nel costruire, oltre ai titoli universitari, i vari livelli di gestione organizzativa aziendale. Il ruolo di coordinamento nei servizi, oggi, non implica una crescita di pensiero anche nelle azioni formative e nelle scelte   che le cooperative, gli operatori e anche l’università pone nei ruoli di coordinamento? Un maggior confronto con le realtà profit, più rodate a formare “quadri”.
Coordinare non è un ruolo a scavalco tra le tradizionali funzioni pedagogiche/formative, e quelle politiche nel rapporto con gli enti, quelle di snodo logistico tra lavoratori e la cooperative, quelle organizzative che delinate dalla “qualità” (che determinano un certo modo di “governare” un servizio),  quelle che sono progettuali in un ottica di innovazione e costruzione di servizi sui territori.

Bastano la stanchezza, l’età, il tempo per farci pensare che si possa/debba/voglia passare ad un ruolo di snodo apicale, e assai delicato?
In azienda un ruolo simile di management sarebbe valutato con grande attenzione dalle Risorse Umane (e pagato di conseguenza), questo suggerisce qualcosa sui ruoli e sul loro significato e valore.

4. Fatico a riconoscere, come già esplorato nella nota a fondo pagina, il valore del passare ad un servizio più leggero (in particolare centri diurni disabili) perché ho ben nota la situazione di alcuni servizi che sono diventati il parcheggio di operatori stanchi, quando il lavoro con la disabilità richiede esattamente l’opposto, operatori motivati, resilienti, innovativi, pieni di energia, magari e non solo anche giovani ….

5. La formazione/supervisione è un altro capitolo interessante, che forse rappresenta davvero un possibile scarto di carriera ma che resta da esplorare, chiedendo
comunque richiede dispositivi formativi adatti a mettere “in forma” le conoscenze maturare in una vita. Si tratta di carriere contigue ma sfumate diversamente e che richiedono una teoria e una prassi, che non possonoarrivare solo dalla stanchezza dell’usura.

6. Che formazione è immaginabile per aiutare l’E.P. A mantenere, laddove lo desideri, il lavoro su turni, rendendo questo una carriera professionale di alto livello, formata, tutelata e qualificata? Idem per ogni altro servizio, colto nella sua specifica e nelle criticità che espone …


NOTA

*    Volendo si potrebbe anche aprire un filone di riflessione sui servizi ritenuti “leggeri”, in virtù di un orario lavorativo che si vuole più facilitante per chi ha famiglia, ma che rischiano i diventare servizi “terminali”, quelli che gli operatori non vogliono lasciare sino al pensionamento. Quelli che, se non costantemente monitorati e accompagnati da una significativa dose di formazione, diventano i servizi storici e statici, e rischiano di fornire pratiche educative cronicamente sempre simili.

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Verso gli Assalti al Cielo: #innov-azioni?

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INTRO

“Mancano 15 giorni al Convegno ‪#‎assaltialcielo‬ di Milano.
La ricchezza del programma per lo spessore dei pensieri in merito allo stato del lavoro educativo attuale, meritano attenzione.
Un’Università e 10 organizzazioni tra cui anche Metas, 31 persone tra gli organizzatori e i relatori per una panoramica articolata che passa da linguaggi, stili e punti di vista differenti sull’ ‪#‎educazione‬ per convergere ad una fotografia che sappia sia restituire un’immagine della ‪#‎complessità‬ che porre delle questioni alle organizzazioni e alla politica.”

(dalla pagina facebook di Metas)

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Eccoci alle fasi finali pre Convegno,  superati i focus group, le mail, le riunioni al volo, e le assemblee plenarie “fatte” per pensare insieme.
Insieme?
Già, se ripercorriamo il nostro viaggio, verso il convegno, forse riusciamo a focalizzare come questo sia stato stato davvero variegato, colorato e imprevisto.
Un viaggio durato circa un anno.
Abbiamo incontrato nelle varie stanze dell’università, che ci accoglievano, una pluralità di attori, che arrivano dal nostro mondo educativo e pedagogico, persone che in genere non frequentiamo; o non frequentiamo in questi spazi o per queste tematiche.
Eravamo a “casa” dell’università con i suoi docenti, gli assegnisti, i dottorandi, con le sue regole e burocrazie, e le sue imprevedibili aperture.
Ci siamo guardati e annusati, nelle differenze e nelle similitudini, tra università e terzo settore, tra istituzioni e singoli, tra esperienze professionali variegate, tra spazi più ufficiali e confronti informali, aule e corridoi, tra speranze e vincoli.

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In effetti, il convegno punta molto sulla correlazione tra vincoli e speranze, per cui la domanda che l’assemblea plenaria ha scelto come titolo è sostanzialmente è questa: “ma noi, un noi plurale che ci vede tutti coinvolti, noi dell’educazione stiamo assaltando il cielo o ci stiamo strategicamente ritirando?”.

Abbiamo lavorato el corso di quest’anno, per pensare insieme, per tratteggiare una struttura di convegno, che riuscisse a dare valore alla differenza e alla pluralità, alle interconnessioni e alle iperconnessioni; che sapesse far riflettere, a partire dalle pratiche professionali individuali, per giungere ad un pensiero collettivo, disomogeneo e ricco. Questo è quanto ci ha accomunato, almeno questo è il mio sentire, anzi è questo il segno che ho scelto di trattenere come Metas.

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INNOVAZIONE

Come Associazione , uno dei nostri fil rouge è lo sguardo al nuovo mondo digitale, che volendo o meno ci troviamo tutti ad attraversare; non foss’altro perché grossa parte dell’informazione, del sapere teorico, dell’economia, della comunicazione viaggia in autostrade digitali. Ci pre-occupiamo di capire come il nuovo mondo (o il nuovo paradigma) ci determina, dove ci conduce, cosa insegna, come impariamo, che segni inscriviamo, come e se i saperi e le professioni educative vengono ridefinite da questo incontro.
Da qui all’essere inserite, nella preparazione del Convegno, nel gruppo che ha esplorato il tema #innovazione, il passo è stato ovvio e breve. Ci siamo trovate di fronte ad una pluralità di soggetti del terzo settore (circa 13/14 soggetti provenienti da altrettante associazioni, cooperative sociali, enti pubblici, o presenti in qualità di liberi professionisti) convocati a raccontare il loro pensiero di #innovazione.

Così abbiamo ulteriormente affinato lo sguardo per cogliere tra le righe di quanto (e dove) ci fosse di interessante attorno al tema #innovazione.

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Una sfida non affatto facile, perché attorno a noi c’è già una tessitura culturale, o una narrazione, che definisce cosa potrebbe/dovrebbe essere, per voi e per noi, #innovazione:
lo fanno i progetti e i bando che la richiedono,
la nominano le politiche e le economie,
lo dice l’incontro con il mondo della multicultiualità, della globalizzazione, della liquidità e del web.

Ci vengono continuamente proposte nuove parole che sembrano ridefinire gli ambiti di operatività, o le nuove sfide educative che siamo chiamati a affrontare (esempio scuola e web/scuola e multiculturalità) o  indicate le nuove azioni che spingono ad una differente gestione dei servizi educativi o di welfare.

Per noi queste parole, definizioni, domande devono cercare un matrimonio, con le prassi educative quotidiane, che ci permettano di individuare le direzioni che stiamo prendendo, di elaborare un sapere condiviso e “raccontabile”, capace di mostrarsi e essere insegnato.
Ma questo, ci pare di poter dire, è parte della mission di questo convegno.

Così non anticipiamo nulla e restiamo in attesa, che sia proprio il tempo del convegno, nelle forme e negli spazi che sono stati costruiti grazie ad un pensiero condiviso, incominci a elaborare un sapere.

Forse già questo convegno, nella sua forma, è figlio della la complessità che il termine #innovazione comporta, o ricerca.

Una innovazione che è data dalla complessità che è stata costruita per pensare insieme, che verrà riattraversata da molti linguaggi, relatori e strutture comunicative:
lezioni frontali, e workshop,
inserti teatrali e presenze radiofoniche,
mostre fotografiche,
connessioni web
relatori dall’università,
confronti con la politica,
presenza e domande del terzo settore,
riflessioni offerte dall’utenza, ovvero di chi fruisce direttamente di servizi e azioni educative.

Così vi rivolgiamo la nostra domanda: è innovativo un incontro complesso tra una pluralità di mondi, che pure ruotando attorno all’atto educativo, di cura e pedagogico, pensa e costruisce reti, genera nuovi pensieri, e li condivide tanto in maniera verticale che orizzontale?

E’ innovativo proporsi di rilanciarli pensati/pensandoli ad un livello più complesso, mentre si tenta di usare una pluralità di linguaggi trasversai che arrivino agli studenti, ai convegnisti, al terzo settore, alla politica, e all’università stessa; e dopo aver creato un luogo (dispositivo) dove sia possibile parlare, ascoltandosi nella reciprocità e nella complessità data dalle differenze?

Per pensarne e saperne di più seguiteci vi racconteremo il convegno anche attraverso Twitter cercate: @assaltialcielo

Monica Cristina Massola

Pedagogia e organizzazioni aziendali

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Viviamo immersi nei sistemi organizzativi. Inutile che vi elenchi scuole, ospedali, imprese lavorative, sistemi di compra e vendita, carceri, partiti, Chiese, servizi.  E poi quelle informali: famiglia, gruppi di amici, di volontariato, Oratori, movimenti partitici, luoghi dello sport, della cultura, del benessere e del tempo libero. Insomma, grandi categorie dentro le quali ognuno di noi, quotidianamente, è immerso.

Da tempo, soprattutto con due colleghe Monica Massola e Anna Gatti, stiamo riflettendo intorno a ciò che il pedagogico può e deve dire alle Organizzazioni. La pedagogia, infatti, veicola saperi che ancora ad oggi rimangono nel sommerso. Un sommerso che non è mentale, inconscio, ma estremamente materiale, corporeo e organizzato.

Quando qualcuno mi chiede cosa io faccia di lavoro, sentendomi pronunciare la parola “pedagogista”, la risposta più frequente che fa da eco alle mie spiegazioni si riferisce al fatto che io lavori con i bambini e magari anche con i genitori. Vero, verissimo. Ma non solo. Chi si occupa di pedagogia, infatti, si interfaccia con persone di qualunque età (bambini compresi) e in qualunque ruolo sociale (genitori compresi). Ciò che però il pedagogico guarda e pone sotto la lente di ingrandimento, non sono le persone, ma i processi educativi nei quali queste sono immerse, riferendosi ai contesti di vita di volta in volta da loro frequentati (famiglie, servizi educativi scolastici ed extra-scolastici, luoghi di socializzazione e di compito generici).

Ciò che ancora deve prendere piede in campo pedagogico è la possibilità di sondare, conoscere, analizzare, potremmo dire anche scandagliare, i contesti aziendali. Anch’essi sono luoghi di compito e di socializzazione. Anch’essi sono luoghi organizzativi in cui diversi ruoli sociali si interfacciano con compiti precisi, costruendo esperienze in cui, le persone che li attraversano, imparano qualcosa su di sé  e sull’Altro da sé, in rapporto con il lavoro, la professione, gli obiettivi da raggiungere, i prodotti da creare, manutenere, offrire.

Non c’è da stupirsi dunque, se la pedagogia ha qualcosa da dire anche in questo campo. C’è forse anzi da stupirsi del contrario. Come è possibile che, ancora ad oggi, il pedagogico non si sia legittimato lo sbarco in questi territori?

Mi potrete dire che mi sbaglio, che anche nelle aziende si parla di Formazione. Esiste poi tutto il capitolo di scelta e selezione del personale e gestione delle risorse umane, che io, più propriamente, definirei di orientamento e ri-orientamento organizzativo e professionale. Vero. Ma non è detto che tutto ciò avvenga in un’ottica pedagogica. Anzi, per la mia esperienza, ne sono sicura.

Questo perché, nonostante siano esistiti e probabilmente esistano tuttora, corsi di laurea in Scienze dell’educazione, ad indirizzo Formatori dei sistemi aziendali, la qualità pedagogica di queste professionalità aziendali non ha mai trovato legittimazione. Sistemi di potere, di conoscenza e professionali, avversi? Può essere. La causa principale che io intravedo però, mi dispiace per me e per tutti i miei colleghi, si rifà alla poca temerarietà teorica di chi lavora nel pedagogico. Aspetto che se affiancato alle derive morali che da sempre l’Educazione porta con sé (“facciamo del bene”, “aiutiamo gli altri”) ha allontanato di netto il sapere pedagogico da ogni ambito pur lontanamente aziendale perché basato e motivato dal profitto.

Per me questo è un grosso errore. A cui fa compagnia una scarsa conoscenza epistemologica della scienza pedagogica per cui mi pare sia ancora necessario ribadire con forza che per aiutare gli altri, non serve una scienza di appoggio. Per aiutare gli altri, per far del bene, serve aver tempo a disposizione e buon cuore, guarda caso caratteristiche afferenti all’ambito del volontariato e non di qualche professione. Dopodiché, molte professioni e mestieri hanno come effetto collaterale il fare del bene. Anche un elettricista che sistema guasti nelle abitazioni, o negli ospedali, fa del bene collateralmente, aiuta. Ma nessuno dice che il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri.

Il sapere pedagogico si sostanzia nel governo di processi educativi, attraverso la gestione di setting in cui c’è chi ha la responsabilità di ruolo di insegnare e chi si ritrova nel ruolo di colui o colei che impara. Anche nelle aziende c’è chi insegna e chi impara. Nei corsi di formazione, ma non solo. Esistono ruoli predisposti, per definizione organizzativa e per esperienza lavorativa maggiore, a mostrare le pratiche del mestiere e permettere ai sottoposti, o a chi svolge mansioni differenti, di imparare qualcosa di nuovo, arricchendo la propria professionalità. Arricchimento che, tra l’altro, non è solo di chi impara, ma anche di chi insegna. E questo accade durante la pratica lavorativa quotidiana, senza che il tempo produttivo si fermi in qualche aula formativa.

Non c’è dunque una ragione vera ed epistemologica per cui il pedagogico non possa entrare in ambito aziendale. E, come ci ha insegnato a dire Mel Brooks: si può fare!

Manuela Fedeli.

Questo articolo è stato pubblicato in data 21 agosto 2014, su http://www.nessipedagogici.blogspot.it