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Bulli piccoli e grandi

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Questo post nasce come rielaborazione di un pensiero nato grazie ad una discussione nata sul gruppo facebook Il caffè pedagogico.

Una necessaria premessa: ritengo il web un fenomeno interessante e culturalmente ineliminabile (il nostro mondo e modello di economia, informazione, politica, dati, ricerca etc viaggiano su strade digitali), pertanto esso rappresenta un attraversamento storico e sociale che ogni adulto che si occupi di educazione o che abbia uno sguardo responsabile non può evitare. Ciò va fatto analizzandolo, informandosi/formandosi a coglierne limiti e possibilità.

Aggiungo che personalmente  il “mondo web” mi piace e intressa molto.) Così lo sguardo che portiamo, noi che ci occupiamo di educazione e pedagogia non può solo poggiarsi sul singolo fenomeno del cyberbullismo, traduzione moderna e velocizzata del bullismo, o sulle capacità genitoriali o sulle endemiche difficoltà scolastiche nel fornire istruzione ed educazione in un mondo diverso e in mutamento, ma va diretto anche al mondo adulto che manifesta, attraverso il cosiddetto hate speech, una potenzialità comunicativa e/o narrativa contenente una reazione al mondo, ai pensieri altrui, violenta a parole e nei contenuti.

Crediti immagine http://www.fastweb.it/var/storage_feeds/CMS/articoli/f7a/f7a135c46a98963276612ef7cc3be6a4/640x360.jpg
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E’ abbastanza probabile che l’apparente anonimato del web sciolga, anche negli stessi adulti, la percezione di un tessuto sociale capace di contenere i comportamenti meno civili, questo è un errore cognitivo, poiché il web trattiene e fa trasparire tutto. Allora forse al cyberbullismo, che legittimamente preoccupa che si occupa di educazione dei giovani, si risponda anche formando gli adulti; quindi formando tutti noi (in quanti non siamo incappati in un fame o lite digitale, in quanti riconosciamo un troll in un gruppo – persona ostinatamente intenzionata buttare benzina sul fuoco – isolandolo prima che un luogo pacifico di discussione diventi un vespaio radicalizzato di insulti, in quanti sappiamo da subito gestire una discussione evitando che diventi un contenzioso tra pro e contro?).

Chi lo sa fare, lo ha imparato a sue spese, scoprendo la necessità di modulare e mediare, pensando e esercitando un nuovo modo di agire: si riflette prima di inviare un commento, si deve equilibrare il tono “emotivo” in una conversazione scritta (cosa assai difficile perché la comunicazione non verbale, nella vita materiale, ci aiuta tantissimo a chiarire la comunicazione verbale e i toni emotivi, grazie alla presenza del corpo). Ci si è attrezzati ad imparare, a proprie spese, nel cambiare il mondo di scrivere, si usano le emoticon nel tentativo di riscrivere la sottotraccia emotiva. Si impara e ci si corregge, si smette di reagire o ci si stacca dalle discussioni o dai commenti violenti.

Avete presente certi commenti adulti, sotto articoli, post, etc, che risultano soffocanti nel loro essere troppi, offensivi, cattivi, inutili, rabbiosi e inutilmente faticosi?.

Allora si, diventa evidente che esiste un grande lavoro da fare attorno alle prassi ai pensieri e alle teorie (anche educative) attorno al mondo che cambia e va compreso, sperimentato, tradotto, insegnato; usando le nostre conoscenze del mondo materiale e culturale per arrivare a comprendere i confini del mondo digitale e culturale in cui ci muoviamo e che andremo a costruire.

Quindi oltre alla scuola, oltre ai bulli (cyber meno), oltre alla famiglia, abbiamo da predisporci a generare una buona cura educativa del mondo che si sta facendo, costruendo cultura, narrazioni, divulgazioni, scienza e didattiche…

Non è cosa da poco.

Monica Cristina Massola

Educatori Digitali

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Educatori Digitali è un corso di formazione di 12 ore che si terrà il 29 e 30 gennaio 2016 a Milano

per maggiori informazioni e iscrizioni clicca >>qui<<

nuova edizione >> 19 e 20 novembre a Firenze >> tutte le info qui >>Educatori Digitali in Bottega

Presi nella rete: pescatori o pesci?

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Internet è la più grande biblioteca del mondo. È solo che tutti i libri sono sparsi sul pavimento. (John Allen Paulos)

Non saranno né la televisione né Internet a creare disagio ai bambini e agli adolescenti, quanto una certa indisponibilità degli adulti a esserci. (Paolo Crepet)

Tutte le organizzazioni che si occupano di ragazzi e giovani, oggi si interrogano sull’importanza di educare ‘all’utilizzo di internet’.

In pochi però sanno, quando richiedono l’intervento formativo, che è importante educare i ragazzi e le ragazze all’uso del web, ma soprattutto formare gli adulti ad accompagnare i giovani in questa esperienza, fatta di luoghi digitali da imparare ad attraversare e dispositivi tecnologici da imparare ad utilizzare.

Il progetto Presi nella rete, nasce a partire da una richiesta formativa fatta a Metas, nella primavera del 2014, da un’organizzazione di volontariato, un oratorio, con cui la collaborazione era attiva, allora, già da un biennio.

Il progetto è stato realizzato attraverso:

Una serata pubblica per genitori, aperta a tutta la cittadinanza

un laboratorio per adulti attivi nell’organizzazione

tre laboratori con adulti e ragazzi insieme, per ragionare su rischi e potenzialità del web, ma anche per stilare una sorta di vademecum intergenerazionale per la navigazione di internet e l’utilizzo dei dispositivi che la permettono. Il vademecum è stato poi pubblicato, dagli adulti dell’Oratorio, attraverso il giornalino parrocchiale e diffuso nelle case del paese.

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È stato un progetto interessante per Metas, perché ci ha permesso di generare un confronto da laboratorio sociale, tra adulti e giovani, evidenziando le potenzialità e le capacità dei giovani rispetto al web (in grado di ‘fare scuola’ agli adulti), ma anche la necessità della presenza di un presidio adulto che sappia accompagnare i ragazzi e le ragazze in queste esperienze digitali, perché, come per tutte le esperienze da che esiste l’umanità, il senso del presidio educativo è quello di esplorare insieme un contesto, fisico, digitale, simbolico che sia. È non lasciare soli, non lasciarsi soli.

Tutto ciò in real time, lasciando a noi, una volta assettato il dispositivo, la sola conduzione degli incontri, aiutando giovani e adulti a confrontarsi, domandarsi, scegliere, esporre paure e desideri. E noi conduttrici abbiamo compiuto un’opera di mediazione e di risistematizzazione di saperi tecnici ed educativi.

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Ad esperienza conclusa possiamo dire che Presi nella rete sia, innanzitutto, un format adattabile ai diversi contesti in cui adulti e giovani si confrontano su tematiche relative al web e al suo attraversamento.

Abbiamo anche potuto constatare la rilevanza analogica nell’affiancare le esperienze di vita fisica e concreta con quelle digitali: portare coloro che incontriamo in formazione alla radice pedagogica per cui si educa attraverso l’esperienza condivisa, qualsiasi tipologia di esperienza essa sia, permette a coloro che sono in formazione di non spaventarsi davanti al web e ai rischi eventuali che porta con sé, ma di ricentrare la propria capacità di esperire, il bisogno di essere accompagnati nelle esperienze, il valore dell’intergenerazionalità e ciò che per ognuno è importante insegnare, in questo caso, ai più giovani e imparare come adulto. Ma anche mettere a fuoco, per ragazzi e ragazze, il valore adulto del saper ‘fare’ esperienza, anche laddove le competenze tecniche non sono al massimo delle loro possibilità e necessità e chiedere aiuto.

Manuela Fedeli

Per questo progetto, con Metas ha collaborato Alessia Zucchelli, pedagogista esperta di tematiche web in ambienti giovanili.

Connessioni attorno al corpo

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(Questo articolo  è già apparso su Ponti e Derive filo 25 marzo 2015 con il titolo”Prove di connessione #corpo4″)

Come Metas e con Vania Rigoni de La bottega della pedagogista, ormai abbiamo una frequentazione quotidiana fatta di incontri via web (WhatsApp Facebook, blog), iniziata quasi un anno fa e si è concretizzata in un paio di incontri materiali a Milano e Firenze, che hanno permesso di costruire un setting professionale in cui progettare, scambiarci file testi, riflettere e confrontarci sulla dimensione che ci è più comune e propria: l’educazione e la pedagogia.

Da lì quasi per caso abbiamo creato un contenitore virtuale e nutriente che nel tempo ci ha permesso di farci una sorta di una supervisione peer to peer, di costruire una notevole connettività di idee, istanti di automutuoaiuto, e esplorare spazio dove incontrarsi “pensanti”, e pronte a scambiare idee prima di reimmetterci nel mondo quotidiano, fatto di lavoro e vita personale.
Ieri in un momento di pensiero ieri abbiamo focalizzato il nesso forte, che ci permette di procedere, oltre al tema comune della pedagogia, un nesso che passa dal corpo,
I messaggi registrati di WhatsApp, con cui condividiamo spesso parole e pensieri, veicolano le emozioni, con le sfumature del tono della voce, le attese, e i pensieri narrati. Il condimento delle nostre conversazioni (e interazioni) si fa con domande tecniche e spaccati personali, che raccontano del nostro essere donne nella quotidianità familiare/affettiva e professionale.

Spesso il corpo si fa mezzo e modo di interagire al mondo, e appare tra le parole. Tutte ri-conosciamo la centralità del corpo nelle nostre narrazioni, fatta di un corpo che è e che sente, che si emoziona e ci crea emozioni, agisce con intenzione, genera comunica, dentro e parole, oltre alle parole, costruendosi e presentificandosi nel linguaggio e nella scrittura. E’ il corpo delle passioni e si riempie dei diversi linguaggi tecnici e personali, e poi anche dello stress e della fretta, delle fatiche e delle ferite, delle riuscite e della felicità improvvise.

Il nostro corpo che ci contiene e ci permette.

Il corpo che siamo e che si pensa mentre agiamo, costruendo i ponti di senso, e il senso delle relazioni, dando spessore e ritmo, tridimensionalità ad uno strumento (pc e smartphone) altrimenti neutro e non vivo.

Inoltre la nostra plurima interazione, riflette il personale e lo differenzia dal professionale, e mostra la presenza del corpo, oltre che del pensiero e della parola; obbligando a trattenerci sulla soglia e ad osservare e rimandare, negli scambi, dove ci posizioniamo e collochiamo quando ci confrontiamo con l’altro (le altre in questo caso). Come parliamo, dove ci collochiamo in uno spazio ideale, che tempi e sospensioni costruiamo, come ascoltiamo e come le parole si riflettono in noi, creando tensioni e distensioni, concentrazione e distrazione, vicinanza e allontanamento, distanze, simmetrie, e asimmetrie, che danno chiarezza alla comunicazione.

E’ difficile per noi sfuggire a questo meta livello di osservazione di quanto ci accade, esso fa parte dello strumentario professionale, della necessità di stare in relazione e nell’azione comunicativa con l’altro, per selezionare cosa sia necessario dire o fare, per costruire senso e interazione, per generare nessi e accogliere risposte, che ci spingano in una direzione di significato, non casuale.

Di questo spostarci di continuo tra i corpi che siamo e il mondo che incontriamo facciamo una pratica costante, che si traduce in un diverso e profondo approccio al mondo e alle persone che incontriamo, per natura e per cultura, per affetti e per professione.

Aggiungerei un altro punto di pensiero, lo spazio web consente l’uso di alcuni canali corporei non verbali, ma non di tutti, e questa rarefazione di stimoli aiuta ad osservarse meglio, a stare su quel livello “meta” in cui cogliere gli spostamenti spazio temporali nel discorso, le emozioni veicolate, la scelta delle parole …

Questa prima possibile connessione, che stiamo eplorando, pensandola, ci da buoni spunti per comprendere le azioni educative quando siamo in ambito lavorativo, e il posizionamento dei   nostri corpi “educanti”.